Come Quando Fuori Piove

È una settimana che mio padre è morto. Il tempo di correre a casa per i funerali, rivedere mia madre e mia sorella e restare qualche giorno con loro per sistemare le faccende più urgenti e farci forza a vicenda, poi ho dovuto riprendere l’aereo: non potevo lasciare il lavoro più a lungo.

Nell’attesa di imbarcarmi, ho capito che quella del farsi forza era una sciocchezza, una bugia che volevo raccontarmi. Sì, ero stato male, avevo pianto, ma era un riflesso del dolore di mamma e Marta, degli altri parenti, degli amici più cari; era un riflesso perfino del cordoglio delle figure di contorno, sconosciuti che ti stringono la mano, sospirano le condoglianze e scompaiono nella folla in una specie di macabra catena di montaggio. Le lacrime sono come un risarcimento offerto a chi si sobbarca il penoso rito della camera ardente e dei funerali. Una semplice questione di buona educazione.

Non avevo sofferto per la morte di mio padre, questa è la verità. Se non avessi avuto una madre e una sorella, sarebbe stato tutto più semplice. Ma le avevo, c’era poco da fare. E d’ora in poi sarebbe cambiato tutto, con loro. Sapevo che loro sapevano, ed ero certo che covassero rancore. Finché mio padre era vivo, potevano sperare in una riappacificazione. Ora non più. Mi attendevano mesi difficili.

Appena mi liberai un poco di questi pensieri, vidi sui sedili di fronte a me un uomo e un bambino che giocavano a carte. Sentii qualcosa che franava senza preavviso, e cominciai a perdere lacrime dagli occhi, come da piccolo perdevo sangue dal naso, senza nemmeno accorgermene. Non avevo portato gli occhiali da sole, non credevo che mi sarebbero serviti. Mi sentii nudo e vulnerabile. Mentre aprivano l’imbarco, mi alzai e andai in bagno a finire le lacrime in santa pace.

Soltanto a sera, quando mi misi a letto in casa mia, ricostruii quello che era successo. Avevo finalmente pianto per mio padre. Nessun riflesso. Quell’uomo e quel bambino mi avevano riportato al tempo in cui m’insegnava a giocare a carte. Avevo otto anni, forse meno. Lui era bravo, almeno nel giro della nostra città. Conosceva non so quanti giochi: ramino, poker, canasta, bridge, e partecipava ai tornei. Nel salone di casa c’era un’ampia vetrina in cui si accalcavano coppe, targhe e medaglie. Tutte patacche che mettevano tristezza, ma lui ne andava molto fiero. Giocava solo con le carte francesi; quelle italiane lo annoiavano, forse perché quaranta carte generano problemi troppo semplici da risolvere per la sua mente matematica.

Quando cominciò a insegnarmi, ogni tanto mi recitava la formula ben nota a tutti i giocatori: Come Quando Fuori Piove, che serve a ricordare i semi: Cuori Quadri Fiori Picche. All’inizio mi sembrò una magia. Certe volte me ne andavo a letto, e nel buio e nella pace della notte me la ripetevo nella testa, cercando di immaginare quale essere superiore avesse inventato un trucco così bello. Adesso ero adulto, e stavo di nuovo a letto a recitare Come Quando Fuori Piove. Ormai sapevo che si trattava di una semplice formula mnemonica; al più, di un codice per iniziati. Eppure, mi lasciai affascinare dall’idea che fosse per davvero una formula magica, ma di altro genere. Solo che mi sfuggiva, il genere.

Mi accorsi che ancora una volta stavo raggirando il problema. Se avevo pianto, non era solo per il ricordo di certi momenti felici, ma perché tornando a quel tempo lontano avevo scavalcato d’un colpo tutto quello che di brutto era venuto dopo. Alle carte francesi avevo cominciato a preferire le figurine dei calciatori, alla matematica i libri di avventure. Mio padre mi disprezzava per questo, ne ero certo, e nelle notti insonni m’ingegnavo a storpiare quella formula che adesso simboleggiava tutte le nostre incomprensioni. Un paio mi piacevano così tanto che le ricordo ancora: Culone Quarantenni Fanno Pompini, Concerti Quaresimali Fracassano Palle.

Sulle culone sarà meglio sorvolare; quella dei concerti, invece, l’avevo inventata perché in periodo di Quaresima mio padre mi portava alla chiesa di San Giorgio o a quella della Madonna Assunta, dove ero costretto ad ascoltare noiosissimi pianisti, quartetti, orchestre intere che suonavano musica classica. Uno strazio, che io inquadravo nella guerra che mio padre mi faceva con tutte le armi a sua disposizione. Di notte, quindi, un po’ inventavo formule, un po’ ripercorrevo l’esito delle battaglie di quel giorno. “Il tenente John Smith veniva attirato in una subdola trappola, un terrificante concerto di Vivaldi. Sebbene fiaccato nel corpo e nello spirito, il valoroso ufficiale resisteva alla vile azione nemica con sprezzo del pericolo e riusciva a tornare fra i suoi commilitoni, che gli medicavano le profonde ferite, salvandogli la vita”.

Mi fingevo un tenente inglese nella Seconda Guerra Mondiale, e non per caso: mio padre era fascista, e io per reazione mi sentivo figlio della perfida Albione, devoto suddito di Sua Maestà, umile soldato agli ordini di Churchill. Sopravvissi a tanti agguati, vinsi o credetti di vincere tante battaglie, e alla fine di quel periodo fui promosso capitano.

Essendo fascista, mio padre aveva cominciato a insegnarmi altre formule che dovevano semplificarmi la vita: Credere Obbedire Combattere, Dio Patria Famiglia. Di quest’ultima a volte mi recitava una versione ampliata di sua invenzione, che prevedeva l’aggiunta di un “Io”. “Prima c’è Dio, poi la Patria, poi la Famiglia, e solo dopo, ma in fondo in fondo, ci sei tu. Tu non sei niente senza la Famiglia, la Famiglia non è niente senza la Patria, la Patria non è niente senza Dio”. Io pensavo invece che senza la famiglia sarei stato benissimo, che la patria era quella che mi costringeva a svegliarmi alle sette per andare a scuola, e che Dio era quello che mi vedeva anche quando mi masturbavo in bagno, e poi me ne chiedeva conto per mezzo di un suo sottoposto con la tonaca.

Le cose, mentre crescevo, andarono sempre peggio. Dopo la laurea in Filosofia andai a perfezionarmi in Germania, lavorando per mantenermi, perché le borse di studio non bastavano e soldi a casa non volevo chiederne. Prima Tubinga, poi Marburgo, poi Hannover, dove cominciai a insegnare. Mi sentivo spesso con mia madre e mia sorella, molto meno con mio padre. In estate e a Natale tornavo a casa per qualche giorno, e ogni volta mi stupivo che mamma e Marta gli volessero bene, che non tramassero di ucciderlo. Ridevano insieme, addirittura, di cose che in genere non capivo, di fatti e persone della nostra città che non riuscivo più a seguire, lontano com’ero.

Quando era debole il richiamo degli affetti, a riportarmi a casa ci pensava il mare su cui ero nato, nel quale mio padre, prima di ogni formula, mi aveva insegnato a nuotare. Certe volte mi tirava giù con lui fino al nero più spaventoso, e non mi lasciò mai da solo fino al momento esatto in cui lo desiderai, senza doverglielo dire. In quel mondo ai margini del nostro la magia era silenzio, non parola.

L’ultima volta che ho visto mio padre vivo è stato quasi un anno fa. Di quei giorni insieme ricordo un episodio al quale in seguito ho ripensato spesso. Ero felice: a Hannover i miei studenti mi amavano, frequentavo da poco una donna bellissima che aveva pianto quando ero partito, la mia salute era perfetta. Ero arrivato a casa con l’aura del trionfatore e i gradi di generale. Mi sentivo invincibile.

Una sera, dopo cena, mi avvicinai a mio padre che stava seduto in poltrona davanti alla tivù, mescolando senza fine un mazzo di carte. Era il suo modo di rilassarsi, come altri accarezzano il gatto o stringono una tazza di tè. Avevo in mano un quaderno e una penna. Mi abbassai verso di lui e gli dissi: “Ti ricordi quando mi insegnavi Dio Patria Famiglia Io?”. Lui alzò verso di me uno sguardo sospettoso. Io disegnai un cerchio al centro del foglio. “Dopo lunghi studi ho scoperto che è vero: sono le quattro entità più importanti dell’universo. Solo che non si trovano su una linea retta”. Disegnai sul cerchio quattro lineette a intervalli regolari, e accanto a ognuna scrissi il nome di una di quelle entità. Poi mossi la penna lungo la circonferenza, ripetendo le frasi che mio padre mi diceva da bambino: “Prima c’è Dio, poi la Patria, poi la Famiglia, e solo dopo, ma in fondo in fondo, ci sono io. Io non sono niente senza la Famiglia, la Famiglia non è niente senza la Patria, la Patria non è niente senza Dio”. Feci una pausa, poi proseguii: “Ma attenzione: sul cerchio tutto si muove senza sosta”. Spostai la penna da Dio verso Io. “Ergo, Dio non è niente, senza di me”. Mi alzai, ancora una volta pervaso da un senso di trionfo. Abbandonai penna e quaderno e andai a versarmi due dita di grappa. L’incursione guidata dal valoroso generale John Smith aveva raggiunto il bersaglio, la ritirata era strategica. Mio padre mormorò: “Quante cazzate che dici!” e tornò a seguire la tivù. Non ho mai capito chi avesse vinto davvero quella battaglia, di noi due.

Da qualche mese mi sono trasferito ad Amburgo, ma ho preso casa fuori città, alla foce dell’Elba. Da quando vivo in Germania, mi sono sempre spostato da sud a nord. Un tempo pensavo che lo facessi per allontanarmi da casa, poi ho capito che volevo solo avvicinarmi al mare. Di quella scoperta, della nuova sistemazione e di un epico bagno nel Mare del Nord desideravo parlare a mio padre non appena ci fossimo rivisti. Mi ero convinto di aver trovato degli argomenti su cui si poteva discutere senza combattere, e questo pensiero m’infondeva un’allegra, ansiosa speranza, come quella di un bambino che aspetta la notte di Natale. Solo che quel tempo non è mai arrivato.

Stasera dovevo incontrare due colleghi che frequento da qualche settimana: avevano saputo della morte di mio padre e mi hanno invitato a cena al loro ristorante turco preferito. La prima cosa che impari, quando un amico affronta un lutto, è che devi aiutarlo a distrarsi; e loro, che amici non erano, si erano comportati come se lo fossero e mi avevano rincuorato: ero ancora nuovo della città, completamente solo, nemmeno una donna a medicarmi le ferite.

Avevo appena finito di abbottonarmi la camicia davanti alla grande finestra che affaccia su un’ampia porzione di costa. Il sole era tramontato da poco, lasciando nel cielo striature violacee e qualche nuvola, mentre ai confini tra cielo, terra e mare viaggiavano lente le luci delle navi. La superficie del mare era tesa, buia, quasi nera, e trasmetteva una placida forza.

Mentre osservavo quel magnifico paesaggio, ho pensato queste parole: “Dio non è niente, senza di me che ammiro la sua creazione” e d’un tratto mi è passata la voglia di uscire, di distrarmi. Desideravo solo concentrarmi; anzi, rendermi disponibile. Per intero. A cosa, a chi, non mi era chiaro. Ho annusato l’aria della stanza, che sapeva di umido e sembrava promettere una magia silenziosa. Ho pensato che avrei scritto ai colleghi un messaggio di scuse, e alla prossima occasione avrei pagato io la cena. Mi sono liberato delle scarpe, ho sbottonato il colletto della camicia e mi sono steso sul letto. Ho spento la luce. La finestra lasciava entrare ancora l’ultimo chiarore della sera. Ho chiuso gli occhi. Buio. Il rumore familiare di un vicino che rientrava, poi solo silenzio. Ho sentito calarmi addosso una pigrizia senza colpa, una spossatezza senza malessere. Come quando fuori piove, e non c’è nulla da fare se non aspettare che smetta.


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